5Foto© corrieredellosport.itBenedetta sia la Coppa Italia
Benedetta sia la Coppa Italia, altrimenti in queste ultime giornate di campionato la Lazio avrebbe perso anche quella manciata di spettatori non iscritto alla lista dei no-Olimpico. Lottare con Bologna, Sassuolo e Udinese per l’ottavo posto non era in cima ai desideri dell’inizio stagione e neanche ai propositi dell’allenatore, bidonato dal proprio presidente e rimasto sulla plancia di comando per questioni di cuore verso quelli dai quali in un certo senso è stato disilluso («sicuramente l’assenza del tifo ci ha tolto punti», ha dichiarato dopo il pari con l’Udinese).
Il Comandante di qualche anno fa (pochi) avrebbe mandato al diavolo presidente, tifosi e milioni e ciancicando l’ultima cicca a Formello avrebbe sbattuto la porta filando verso la sua Figline. L’ultimo Sarri no, è come un temporale diventato pioggerella, sopporta, chiude gli occhi, sospira e passa oltre. Anzi di più: osserva il suo gruppo, ne studia i requisiti e cambia registro: abbandona il sarrismo e fa giocare la squadra come la squadra sa giocare: raccolta, contropiede, lanci lunghi sulle fasce dove alloggiano i centometristi, tutti arrapati sulle seconde palle, soprattutto a centrocampo.
Così la Lazio ha cominciato a raccogliere punti, tirando il fiato soltanto a Firenze (perdonabile) e soprattutto conquistando la finale di Coppa Italia dando un senso a una stagione che un senso non aveva (grazie Vasco).