L’incertezza sulle evoluzioni in Medio Oriente, con i ripetuti avvisi di un imminente attacco iraniano contro Israele, si fanno sentire anche sui mercati. Non ci sono reazione scomposte ma ci si muove ordinatamente verso gli asset che offrono protezione (dollaro, titoli di Stato Usa ed oro) e quelli destinati ad apprezzarsi in caso di aumento delle tensioni (petrolio). Oro e petrolio stanno peraltro salendo già da qualche tempo. Il metallo giallo sfiora oggi i 2.400 dollari l’oncia (31,1 grammi) con un rialzo dell’1,3% . In due mesi le quotazioni sono salite di circa 400 dollari, complici acquisti da parte di alcune banche centrali che stanno rimpinguando le loro riserve di lingotti. La banca d’affari Goldman Sachs ha alzato da 2.300 a 2.700 dollari/oncia il suo prezzo obiettivo. Aumenta anche il costo del Brent, il petrolio estratto nel mare del Nord che fa da riferimento per il mercato europeo. Un barile passa di mano a 90,9 dollari al barile, in rialzo dell’1,3% e sui massimi da sei mesi. Il rialzo dell’ultimo mese supera il 10%.

Calano i rendimenti del bond decennale Usa (- 8 punti base), l’asset finanziario teoricamente a “rischio zero”. La domanda supera l’offerta quindi il prezzo sale e si porta su un valore adeguato a pareggiarle. Viceversa il rendimento scende essendo fisso in valore assoluto ma espresso come percentuale del valore del titolo. Il dollaro, ossia LA moneta, quella che tutti vogliono quando le cose si mettono male, si apprezza sull’euro e guadagna lo 0,7%. Incide anche quanto emerso ieri dalla Bce, con alcuni dei membri del direttivo orientati ad un taglio dei tassi già ora (che avrebbe l’effetto di indebolire il cambio). Deboli, al contrario, le borse. L’S&P500 di New York perde l’1%, fiacche le europee.

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