La Corte d’assise di Novara ha condannato Stephan Schmidheiny a 12 anni per omicidio colposo nell’ambito del processo Eternit bis. La procura aveva chiesto l’ergastolo per l’imprenditore svizzero che era chiamato a rispondere di omicidio con dolo eventuale per la morte di 392 persone. Tutti decessi legati, secondo l’accusa, al materiale lavorato nello stabilimento locale della multinazionale elvetica. Per l’imprenditore svizzero la corte d’assise di Novara ha deciso anche l’interazione per 5 anni dai pubblici uffici e fissato una provvisionale di circa 100 milioni di euro per le parti civili, di cui le cifre più cospicue sono per il comune di Casale Monferrrato, 50 milioni di euro e per la presidenza del Consiglio dei ministri, 30 milioni. Provvisionali disposte anche per i parenti delle vittime: da 20mila e fino a 300mila euro in alcuni casi. Tra le parti civili anche associazioni e sindacati.

Il pm: “Finalmente un nome alla tragedia di Casale Monferrato” – Finalmente un giudice ha dato un nome e un cognome alla tragedia di Casale Monferrato” ha detto al termine della lettura della sentenza del processo Eternit bis il pm Gianfranco Colace che ha aggiunto “ora sappiamo che il responsabile è l’imputato che noi avevamo tratto a giudizio. Siamo soddisfatti del nostro lavoro, avevamo portato una mole imponente di prove, siamo convinti che i criteri che la suprema corte con il caso Thyssen aveva dettato per distinguere tra il dolo eventuale e la colpa cosciente ricorressero in questo caso – ha proseguito – leggeremo attentamente le motivazioni e valuteremo se fare appello perché credo sia un caso che meriti di essere ulteriormente vagliato. A Casale Monferrato ogni anno si ammalano 50 persone e non ancora finita né dal punto di vista sanitario né da quello giudiziario”, ha detto ancora.

La difesa: “Soddisfatti che sia stato escluso il dolo” – “Siamo molto soddisfatti che sia stato escluso il dolo e quindi il fatto che si parli di un omicidio colposo si tratta di colpa imprenditoriale e non può essere qualificato come un omicida intenzionale – commenta Così Astolfo Di Amato, uno dei legali di Schmidheiny – Noi impugneremo perché contestiamo sia la colpa sia il nesso di causalità. Per quello che concerne le liquidazioni ci riserviamo di leggere le motivazioni e capire sono giunti a liquidazioni che ci sembrano spropositate‘”. “Rispetto a una richiesta di ergastolo mi sembra che la sentenza abbia riconosciuto che non si può parlare di dolo nel modo più assoluto che era l’argomento principale dell’accusa – ha aggiunto l’altro difensore dell’imprenditore svizzero, Guido Carlo Alleva – leggeremo le motivazioni e vedremo perché la corte poi ha deciso di assolvere su tutta una serie di posizioni, riteniamo che questo dipenda dagli accertamenti tecnici che abbiamo fatto nel corso del processo e che credo siano stati importanti. Faremo appello perché riteniamo che secondo la nostra prospettiva le questioni da risolvere siano ancora molteplici, certamente è una sentenza di condanna che non condividiamo, riteniamo che ci siano problematiche serie, tecniche e giuridiche, che intendiamo riproporre alla corte d’appello”.

Il sindaco: “La comunità dopo anni continua a soffrire – “Finalmente accanto al nome di Stephen Schmidheiny è comparsa la parola colpevole. Egli è quindi riconosciuto oggi come criminale colpevole di omicidio colposo aggravato ed è stato condannato a risarcire lo Stato, la città di Casale Monferrato, le organizzazioni sindacali, le associazioni e le famiglie delle vittime” dice dice Federico Riboldi, il sindaco di Casale Monferrato, la città piemontese che ha pagato un prezzo altissimo in vite umane, e continua a pagarlo a distanza di decenni dalla messa al bando del minerale che si utilizzava all’Eternit. “Sicuramente – prosegue Riboldi – la condanna a 12 anni di carcere non soddisfa appieno la sete di giustizia di un territorio e di una comunità che dopo anni continua a soffrire a causa delle conseguenze di quelle azioni commesse da chi ha anche avuto la responsabilità di fuggire da Casale abbandonando uno stabilimento nel territorio cittadino che era una vera e propria bomba nociva per la salute”.

L’ombra del primo processo prescritto e il nuovo fascicolo spezzettato – Un processo su cui è pesata sempre l‘ombra della sentenza con cui la Cassazione, nel 2014, venne dichiarata prescritta l’accusa di disastro ambientale. Schmidheiny nel 2012 era stato condannato dal tribunale di Torino a 16 anni di carcere insieme al barone belga Louis de Cartier, anche lui imputato per disastro ambientale e omissione volontaria delle cautele antinfortunistiche negli stabilimenti della multinazionale dell’amianto. La condanna fu confermata in appello, nel giugno 2013, questa volta a 18 anni, ma solo per Schmidheiny poiché il barone morì poco prima. Il nuovo fascicolo aperto dopo quel verdetto fu diviso nel 2016: l’inchiesta bis della procura di Torino quindi fu separata per competenza territoriale in quattro tronconi. In questo processo quindi sono state giudicate le responsabilità relative ai morti di Casale Monferrato: quelli di Rubiera e Bagnoli, in Emilia e Campania, dal 2016 sono diventate pertinenza delle autorità giudiziarie locali. A Napoli in primo grado la Corte di assise di Napoli il 6 aprile dell’anno scorso aveva condannato Schmidheiny a 3 anni e 6 mesi per l’omicidio colposo di uno degli operai dello stabilimento Eternit di Bagnoli deceduto a causa di prolungata esposizione all’amianto. Per gli altri casi al centro del processo, i giudici hanno sancito dichiarato l’avvenuta prescrizione. I pm avevano chiesto una condanna a 23 anni e 11 mesi di reclusione.

“L’amianto uccide e Stephan Schmidheiny lo sapeva” aveva detto oggi durante la replica il pm Gianfranco Colace. L’imprenditore gestì lo stabilimento Eternit di Casale dal 1976 al 1986, anno in cui il sito venne chiuso. “Tutto quello che doveva essere conosciuto era conosciuto e l’imputato ha agito nel dubbio che accadessero un numero x di eventi dannosi per la salute nella speranza che non accadessero. Quello che non è possibile affermare è che Schmidheiny abbia agito nella certezza che non si sarebbero verificate malattie, non è scritto da nessuna parte, ma era certo che le esposizioni avrebbero causato notevoli danni. “Se lasciamo parlare la realtà la strada è dritta verso il dolo eventuale – aveva concluso il pm – a Stephan Schmidheiny è chiaramente rappresentata la significativa possibilità di verificazione dell’evento concreto e ciononostante si è determinato comunque ad agire anche a costo di causare danni e lesioni. Lo sapeva e ha deciso di andare avanti ugualmente”.

Legambiente: “Sentenza restituisce senso di giustizia – “Finalmente il responsabile della strage silenziosa consumatasi per decenni a Casale Monferrato ha ufficialmente un nome e cognome. La sentenza restituisce al territorio casalese, e all’Italia tutta, un rinnovato senso di giustizia dal quale ripartire con maggior serenità per completare il percorso di bonifica e cura di un territorio che ancora sta facendo i conti con gli effetti nefasti dell’inquinamento da amianto e dove ogni anno ancora si ammalano oltre 50 persone – commentano Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente, Giorgio Prino, presidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta, e Vittorio Giordano, presidente del Circolo Legambiente “Verdeblu” di Casal Monferrato – Legambiente e Afeva, l’Associazione familiari e vittime amianto, hanno seguito tutte le udienze del processo – continuano Ciafani, Prino e Giordano – non possiamo che esprimere soddisfazione per essere arrivati ad una sentenza in cui si stabiliscono precise responsabilità“.

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“All’Eternit i manifesti funebri cambiavano ogni settimana. Le nostre tute blu erano coperte di polvere di amianto. Ora chiediamo giustizia”

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